Come raccontano l’amore omosessuale

Il modo in cui i giornalisti parlano di omosessualità è sempre antropologicamente interessante. E dopo l’articolo di Calabria Ora, del due gennaio 2013, è la volta di Gazzetta del sud dell’8 gennaio.

Il giornalista scrive di una lite tra rivali in amore: una giovane donna e l’amante (uomo) del marito. Il battibecco finisce in botte per la malcapitata, alla quale va tutta la nostra solidarietà. Non è nostra intenzione infatti misconoscere il grave gesto compiuto dall’uomo, poiché la violenza non può trovare giustificazioni di nessun genere.

E’ chiaro tuttavia come il giornalista descriva i fatti in maniera molto dicotomica, in un ritratto semplificato in cui da un lato sta la brava madre, pia e santa, e dall’altra lo sfascia famiglie di turno.

Cominciamo dall’incipit:

“C’è una storia d’amore che sarebbe dovuta restare lì, confinata nei sentimenti più intimi. Meglio evitare sorrisetti e normali imbarazzi”.

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Non si capisce cosa intenda dire il giornalista quando parla di una storia che “sarebbe dovuta restare lì”, noi crediamo che le storie debbano stare altrove e manifestarsi liberamente ovunque, nelle strade, nelle piazze, nel privato e nel pubblico, al chiuso e all’aperto. Il sesso può essere vissuto sotto le lenzuola – tutt’al più si può fare l’amore sui sedili posteriori di una macchina parcheggiata in un posto appartato. L’amore no. Ha bisogno dei suoi spazi, perché ingloba, alimenta, travalica il privato. Richiede un progetto che abbia un riconoscimento sociale. L’amore parte dall’individuo per proiettarlo oltre se stesso.

Un ultima parola sull’aggettivo “normali” riferito agli imbarazzi. Il messaggio implicito è forse che è normale provare imbarazzo di fronte alle effusioni tra uomini o tra donne?

Più avanti troviamo:

“Lei, moglie e madre affettuosa, non ha voluto che quello lì potesse allontanarlo dalla famiglia. E così ha tentato di difendere il suo territorio ma l’omosex l’ha spedita in ospedale massacrandola di botte.”

Notiamo la descrizione idilliaca della donna – che pure il giornalista non conosce, come farà a dirlo? – la quale cerca di difendere “il suo territorio”, quasi vantasse diritti di proprietà, da “quello lì” appellativo che non necessita di ulteriori specificazioni, perché da solo dà il senso del distacco con cui viene trattato l’uomo. Come per sminuirlo. Segue un uso di aggettivi assai forti, “massacrare di botte” ecc. che alimentano il senso di ripugnanza nei confronti del ragazzo.

Nel testo troviamo anche l’uso della parola “rivale” riferita dapprima all’uomo e poi alla donna. Con la differenza, sostanziale, che nel caso dell’uomo vengono usate copiose virgolette, quasi come a dire che un uomo non può certo essere un vero rivale d’amore.

Nelle battute successive continuano i riferimenti alla donna che avrebbe agito come una qualsiasi innamorata e che mai avrebbe pensato di dover difendere il suo matrimonio da un altro uomo. Con una vicinanza alle ragioni della donna comprensibile, tenuto conto del suo essere vittima di un’aggressione, ma esacerbata. E comunque ben al di là del fatto in sé. Una vicinanza su ciò che gravita intorno alla questione. A voler sottolineare come essa fosse dalla parte del giusto nel difendere la famiglia e quel bambino piccolo – richiamo che intenerirebbe chiunque – dalle grinfie di quello sfascia famiglie.

Da sottolineare inoltre l’uso di appellativi nei confronti dell’uomo: omosex, omofilo usati in più parti dell’articolo, nonché nel sottotiolo. Sebbene, il titolo principale parli più genericamente di un uomo,

spezzando una tradizione in cui l’orientamento sessuale si sostituisce al genere per richiamare l’attenzione e accaparrarsi qualche lettore in più.

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